“L’ultima luna
 la vide solo un bimbo appena nato,
 aveva occhi tondi e neri e fondi
 e non piangeva
 con grandi ali prese la luna tra le mani, tra le mani
 e volò via e volò via era l’uomo di domani
 e volò via e volò via era l’uomo di domani.”

Da “L’ultima luna” Lucio Dalla

Presupposti metodologici e strategia d’intervento

I presupposti
Il sostegno educativo domiciliare ha trovato una sempre maggior diffusione nel vasto panorama dei servizi che si occupano di minori, ma per alcune caratteristiche legate alla gestione del servizio, e per alcune caratteristiche legate alla committenza, non sempre sono chiari alcuni presupposti metodologici. Ritengo invece importante riflettere su questi presupposti, affinché i diversi modelli sperimentati in questi anni possano consolidarsi, costituire una cultura condivisa, e, più di ogni altra cosa, tradursi in prassi efficaci.

Il lavoro di sostegno educativo domiciliare può rappresentare una risorsa molto importante sia per i minori che per le famiglie in difficoltà, ma ad alcune condizioni. E’ praticabile là dove sussiste una domanda, una capacità di riconoscere un bisogno e un’attiva partecipazione da parte delle famiglie al lavoro proposto dai diversi operatori dei servizi e dagli stessi educatori.
Il rapporto con le famiglie dei minori segnalati presuppone, infatti, la possibilità di essere riconosciuti ed “utilizzati” come risorsa dalla famiglia nella sua globalità. La relazione con i minori è orientata alla costruzione di un legame positivo, di un autentico accompagnamento alla crescita, e spesso di un investimento affettivo su un adulto affidabile ed attento ai loro bisogni. Ma altrettanto importante è il legame che si stabilisce con le figure parentali ed, eventualmente, con altri componenti della famiglia.

La richiesta e l’attivazione di un intervento educativo domiciliare non sempre nascono da un’analisi del bisogno sufficientemente riconosciuto dalle famiglie. Queste frequentemente e, dal loro punto di vista, del tutto legittimamente, pongono una serie di resistenze all’offerta di sostegno. Entrano in gioco la paura di intromissioni all’interno della propria sfera familiare, la paura del controllo e del giudizio, il terrore di mostrarsi inadeguati, e quindi rischiare di vedere i propri figli allontanati, e chissà quali altre paure ancora, o incomprensioni.

Da parte dei servizi che si occupano dei minori invece è facile pensare di attivare un intervento domiciliare in un territorio dove questa risorsa è presente; è una risorsa tendenzialmente flessibile, e facilmente attivabile. Spesso nelle intenzioni degli operatori affidare un minore in carico ad un educatore rappresenta una buona soluzione che risponde positivamente a diverse esigenze del servizio: maggiore conoscenza della situazione del minore, l’attivazione di un intervento concreto, un monitoraggio continuativo, un’alternativa ad altri interventi difficili da mettere in campo, quali ad esempio un sostegno psicologico.
Capita spesso che l’operatore del servizio che ha in carico il minore si trovi a dover rispondere ad un mandato istituzionale forte e ineludibile (là dove, per esempio, interviene il Tribunale per i Minori), ma pur comprendendo che non sempre si può individuare la risorsa migliore per ogni singolo caso, rimane
comunque necessaria una valutazione attenta dei bisogni delle famiglie e della peculiare collocazione dell’intervento professionale: per l’educatore si tratta di un cosiddetto contesto esposto, per la famiglia del proprio spazio vissuto, lo spazio, per definizione, privato. Questo implica, là dove non c’è una domanda, oppure non c’è una chiara adesione alla proposta, quanto meno porre maggiore attenzione alla triangolazione del rapporto servizio – educatore – famiglia, e, nel caso si decida comunque di tentare un aggancio, porre maggiore attenzione alla definizione del contratto educativo.

Un altro presupposto fondamentale è la comprensione della particolarità del lavoro educativo domiciliare. L’operatore si trova a svolgere un intervento professionale in un contesto non riconoscibile come tale, spesso a strettissimo contatto con la sofferenza e il disagio delle persone, dovendo gestire situazioni anche impreviste. E il tutto si gioca in una situazione di solitudine e di assenza di altre figure professionali. Questa particolarità, a mio parere, deve necessariamente essere riequilibrata dalla costituzione di un gruppo di lavoro che si incontra frequentemente, che condivide, programma e rielabora la prassi educativa del singolo operatore. Il gruppo, come ho modo di verificare grazie alla costante supervisione offerta, sia dalla Psicologa del Servizio di Assistenza Domiciliare Educativa che dal mio referente all’interno della Cooperativa, anch’esso Psicologo e Psicoterapeuta, offre frequenti occasioni di comunicazione e confronto e, come ad esempio nel mio caso, può rappresentare una valida alternativa al gruppo di colleghi che condividono lo spazio/tempo di lavoro all’interno di uno stesso servizio.

La supervisione rappresenta un momento fondamentale di rielaborazione dell’esperienza diretta con le famiglie e con i minori, del vissuti dello stesso operatore, ma può anche essere utilizzata come supporto all’analisi delle problematiche presenti nei bambini e nei ragazzi. La supervisione deve essere utilizzata consapevolmente, perché l’opportunità di esporre i propri vissuti personali, i dubbi riguardo al proprio lavoro, le difficoltà incontrate all’interno della famiglia e del contesto ambientale, non sempre sono facili da esprimere. Partecipare alla supervisione e portare materiale sul quale lavorare da parte degli educatori significa utilizzare una propria competenza professionale: mettersi in gioco, lasciarsi interrogare dai fatti e dalle emozioni, confrontarsi con i colleghi ad un livello diverso da quello della riunione del gruppo di lavoro, esporre un caso in modo adeguato, e successivamente usare le indicazioni del supervisore e dei colleghi.

Contenuti del lavoro educativo

Prima di andare a definire gli obiettivi specifici dell’intervento ritengo che sia più appropriato parlare di “ipotesi progettuali”; ipotesi che vanno comunque formulate prima di avviare l’intervento, e che devono fornire un’indicazione dei tempi previsti nella prima fase di conoscenza reciproca e di “sperimentazione” delle ipotesi di intervento educativo.
E’ in ogni caso utile distinguere nell’intervento domiciliare tra il lavoro di osservazione, e il sostegno educativo vero e proprio. Intendo affermare che la richiesta di osservazione può essere di per sé un obiettivo dell’educatore e del servizio che attiva l’intervento. La specificità dell’osservazione messa in atto direttamente nel contesto di vita dei minori e delle famiglie può offrire agli altri operatori elementi importanti per confermare la necessità di un intervento di sostegno, per valutare se vi siano all’interno della famiglia risorse residue attivabili, o per verificare eventuali ipotesi di pregiudizio per i minori. Gli educatori possono quindi fornire elementi utili ad una progettazione da parte del servizio minori che possa prevedere opzioni diverse.
In secondo luogo l’osservazione è indispensabile nella prima fase di avvio del lavoro e della costruzione della relazione. Solo a partire da un lavoro di osservazione partecipata e diretta è possibile andare a definire obiettivi specifici di un lavoro che, peraltro, presuppone un elevato livello di flessibilità e di variabilità. Proprio all’interno dello spazio vissuto dell’altro la costruzione del progetto educativo deve nascere dall’incontro, dall’ascolto, dalla fiducia che si conquista giorno dopo giorno, mettendosi costantemente in gioco, ma anche definendo quali sono i limiti del lavoro educativo, la cornice entro la quale si colloca e la finalità che persegue.
Entrare nella vita dell’altro, nella casa dell’altro, nel suo quotidiano, nelle relazioni familiari e quindi spesso all’interno di un’esperienza di fatica e di sofferenza, richiede una grande capacità di modulare gesti, parole, silenzi, presenze e assenze, che possano contemporaneamente contenere la sofferenza e aiutare a crescere.
La relazione con bambini e ragazzi si gioca generalmente nel quotidiano (aiuto per i compiti scolastici, l’organizzazione dei propri spazi e dei propri materiali, il gioco, la cura dell’alimentazione…). L’attenzione ai bisogni dei minori si esplica poi nel rapporto con la scuola e con eventuali altre agenzie educative presenti nel territorio. L’educatore, laddove il genitore non rappresenti un significativo punto di riferimento, è presente anche in importanti momenti di passaggio nella vita di bambini/ragazzi (passaggio tra diversi ordini di scuola, fasi evolutive legate alla crescita, cambiamenti all’interno del nucleo familiare come separazioni, ricongiungimenti, nascite di fratelli, etc… ).
Spesso l’investimento da parte dei minori sulla figura dell’educatore è molto forte, soprattutto in relazione al livello di sofferenza e alla carenza/assenza di figure parentali. Si tratta allora di trovare un equilibrio tra l’accogliere prima di tutto i bisogni dei bambini e dei ragazzi, e l’attenzione a non creare o, peggio ancora, alimentare aspettative che vadano al di là del ruolo di operatore, anche se di un operatore sicuramente molto “vicino”.
Ma il lavoro educativo non si esaurisce certo nel lavoro con i minori, anzi a volte si definisce come vero e proprio intervento di sostegno alla genitorialità. Le figure parentali possono “utilizzare” gli educatori per confrontarsi con loro, a volte come sfogo, ma anche come interlocutori cui chiedere, e con i quali interrogarsi sul proprio rapporto con i figli. E’ possibile che gli educatori rappresentino una sorta di “modello vivente” di un “diverso” modo di rapportarsi con loro, più equilibrato negli aspetti affettivi e normativi. Altre volte ancora, la presenza dell’educatore può avere un valore di mediazione nella comunicazione tra genitore e figlio, può triangolare il rapporto e “aprire” la coppia genitore/figlio, presentandosi l’educatore come figura non schierata e non interna alle dinamiche familiari.
In quest’ottica ci pare importante anche il lavoro sui bisogni di fratelli e sorelle presenti nel nucleo familiare. Porsi in ascolto, dare risposte adeguate, a volte coinvolgere anche fratelli e sorelle in momenti educativi, cercando un equilibrio tra l’attenzione al singolo e una possibile risposta ai bisogni espressi da altri, può condurre all’esplicitazione di una vera e propria domanda.
A questo proposito ritengo che non sia banale ribadire come il lavoro educativo domiciliare non solo non si esaurisca, ma sia necessariamente anche un lavoro di costruzione della rete territoriale, di costante confronto con i servizi coinvolti nella presa in carico di tutta la famiglia, di comunicazione e, possibilmente, di integrazione tra diverse figure professionali e diversi servizi.
Molto concretamente, in relazione alla complessità di un lavoro che va ad incidere direttamente sui rapporti all’interno della famiglia, sulla crescita dei minori, sul contesto territoriale, sul rapporto tra famiglia e servizi, un lavoro che comporta un coinvolgimento personale dell’educatore, e un rapporto di forte vicinanza con persone in situazione di difficoltà e di disagio, il tempo necessario per la programmazione e per l’elaborazione della prassi educativa è sicuramente tanto consistente quanto sottostimato. Il sostegno educativo domiciliare rischia di perdere efficacia se non vi è lo spazio necessario per riprendere il materiale d’osservazione e non lasciarlo scivolare via tra ritmi affannosi, per documentare e lasciare traccia di un lavoro che contiene in sé infinite potenzialità.

Passaggi chiave del progetto

Il primo contatto con la famiglia e la casa è sempre denso di aspettative e di emozioni, sia da parte dell’educatore che da parte della famiglia. L’educatore, oltre ad osservare l’ambiente nuovo e le
persone che vi abitano, si sentirà a sua volta osservato: come si presenta, come si muove, cosa propone, e come si propone ai diversi membri della famiglia. Il nuovo ambiente gli trasmette emozioni di ogni genere, dagli odori gradevoli o sgradevoli, alla luminosità o meno della casa; l’educatore potrà entrare in un ambiente silenzioso o, al contrario, in un ambiente rumoroso, confusivo; avrà la possibilità di un contatto diretto, anche fisico, con i bambini, gli verrà proposto di assaggiare cibi o bevande, se questo rientra nella cultura e nelle modalità di accoglienza della famiglia.
E poi ci sono le emozioni che l’ambiente e le persone nel loro insieme evocano: la paura, la tristezza, il disorientamento, la confusione. Non sempre le prime impressioni sono di segno negativo, è possibile anche incontrare famiglie che si presentano in modo più sereno e rimandano un’immagine più “accogliente” della propria casa. Questo però è meno frequente, dato che all’origine dell’intervento c’è una segnalazione di difficoltà, di necessità di un aiuto o di un sostegno. E’ anzi possibile che proprio l’ambiente fisico faccia scontrare l’operatore in maniera diretta e concreta con gli aspetti di patologia o di disagio che segnano la vicenda familiare. La disposizione della casa, la presenza o la carenza di mobili e di soprammobili, gli elementi percettivi sopra accennati, l’ordine o il disordine, la coerenza o l’incongruenza di alcuni elementi relativi proprio all’ambiente fisico sono elementi che offrono spesso la possibilità di cogliere con immediata evidenza non solo alcuni aspetti dell’abitare, ma anche alcuni elementi del vissuto familiare.
E’ frequente che vadano ridefiniti gli obiettivi inizialmente ipotizzati o stabiliti. Non sempre l’educativa domiciliare è un intervento che “risolve” o “allevia” le problematiche presenti nella famiglia; spesso, al contrario, è un fattore di apertura, che fa emergere o amplifica la percezione e la consapevolezza del disagio. Anche situazioni che in partenza non appaiono come non particolarmente allarmanti, dopo l’avvio del lavoro domiciliare risultano connotarsi per la presenza di un disagio complesso e articolato. Si vengono così a scoprire problematiche fino ad allora non rilevate, e forse non rilevabili all’interno di un servizio, piuttosto che nello spazio domestico e per definizione privato. La Domiciliare Educativa, in un certo senso, è un lavoro che “apre”, che può favorire l’espressione e la consapevolezza di un disagio, anziché “coprire” o alleviare la condizione di disagio.
Altri passaggi chiave dell’intervento educativo domiciliare possono essere collegati a momenti di svolta della vicenda familiare. La famiglia è un sistema vivente, dinamico e in continua evoluzione. Questo comporta inevitabilmente che si possano modificare gli equilibri tra le persone che ne fanno parte, oppure che intervengano elementi esterni che influenzano in modo determinante il funzionamento. Queste variabili sia di segno positivo (la crescita e la maturazione dei singoli membri della famiglia, la nascita, un ricongiungimento familiare, nuovi legami affettivi che si stabilizzano) che di segno negativo (separazioni, conflitti, malattie, lutti, perdita del lavoro o fallimenti di progetti importanti) comportano una modifica spesso repentina del ruolo dell’educatore all’interno della vicenda familiare, la necessità di un riposizionamento e di una ridefinizione delle proprie funzioni. In alcune situazioni cambiamenti particolarmente significative possono comportare anche la possibile uscita di scena dell’educatore, la sospensione o la conclusione dell’intervento.
Uno dei momenti sicuramente più delicati dell’intervento di sostegno educativo domiciliare, la sua conclusione e il congedo. La conclusione dell’intervento è in un certo senso la cartina di tornasole di molti aspetti che si intrecciano: di valutazione in merito al raggiungimento o meno degli obiettivi, di aspetti organizzativi, e della dimensione affettiva
E’ possibile e auspicabile che l’intervento si concluda perché è giunto al suo culmine, perché si ha la sensazione condivisa che quel tratto di strada è stato percorso, che si aprono nuove vie, nuove tappe da raggiungere, ma che questo riguarderà i bambini ormai divenuti ragazzi o i ragazzi ormai diventati grandi, o i genitori un po’ più sicuri, un po’ meno fragili e bisognosi di sostegno. Perché questo accada è importante la chiarezza iniziale sui tempi della presenza dell’educatore. Questo è un fattore di protezione molto importante per tutti, educatori, adulti della famiglia, ma soprattutto bambini e ragazzi.

Dott. Gianni Santini

Gianni Santini

Gianni Santini, Educatore Professionale extrascolastico e incaricato delle attività di Supporto Educativo per il Mandorlo, ha maturato 18 anni di esperienza con minori e adulti sia a sviluppo tipico che con disabilità mentale. Il suo intervento educativo vuole essere un supporto alla persona in quei percorsi formativi e di vita quotidiana finalizzati al consolidamento ed incremento delle diverse autonomie personali e sociali.