E SE L’ERBA VOGLIO FOSSE INVECE PROPRIO QUELLA DEI RE?

“Babbo, è vero che non si può dire: < VOGLIO UN GELATO!>?”
“No, non si può… l’erba voglio non esiste nemeno nel giardino del Re!”
“Però posso dire : < DA GRANDE VOGLIO FARE IL DOTTORE!>?”
“Sì, questo si può proprio dire!”.

In questi anni di lavoro psicosintetico su di me e con gli altri, molte volte mi sono confrontato con il tema della VOLONTÀ e con gli effetti che questa può avere nella nostra visione del mondo e nella nostra capacità di relazionarcisi ma mai come l’altra mattina in macchina con mia figlia di 5 anni, mi è risultato chiaro quanto letto, studiato e sperimentato.

La semplificazione della lingua nel corso degli ultimi decenni, ha portato alla riduzione delle espressioni e delle sfumature verbali possibili tanto che si è venuto a creare un grande equivoco intorno al verbo “VOGLIO” in quanto usato indistintamente come sinonimo sia del verbo “SCELGO” che di quello “PRETENDO” che anche di quello “DESIDERO”.

Ma quale differenza esiste realmente tra queste diverse accezioni e quali le possibili conseguenze?
Ogni bambino, ad oggi magari diventato nonno, è cresciuto con l’idea che affermare con decisione e con il modo indicativo la propria volontà sia un segno di superbia, arrivismo, un segno di superiorità perché  significa “dare ordini” e l’unico che può dare ordini è colui che ha, al di sotto del proprio rango, qualcuno a cui indirizzarli… un RE appunto!
Eppure l’affermazione “VOGLIO” crea una risonanza dentro di noi molto forte, molto più forte di quando diciamo “No!”, perché questo verbo si accompagna ad un senso di dominio e “comando” dove i soggetti del nostro dominio non sono certo gli altri bensì le voci, i personaggi, le parti, insomma tutte quante le sub personalità, come si dice in psicosintesi, presenti all’interno di noi stessi.

Ma allora perchè ci sono così tante resistenze nell’usare il verbo voglio con libertà? Chi di noi, infatti, non è cresciuto sentendosi dire “l’erba voglio non esiste nemmeno nel giardino del re!”?
Questa frase ha accompagnato la nostra cultura occidentale da sempre, forse per effetto di una distorta interpretazione dell’insegnamento religioso o di una meta così ambita che è l’umiltà. Ma anche l’ambito psicologico e delle scienze umane, forse mosso dalle stesse limitazioni, non ha mai approfondito adeguatamente quello che è l’aspetto “VOLONTÀ” se non attraverso il contributo di Roberto Assagioli con la Psicosintesi. Solo recentemente è diventato oggetto di studio per quanto riguarda quelle pratiche coaching o di comunicazione assertiva che rimandano ad una sorta di abilità nel mettersi al di sopra degli altri e delle varie situazioni; ma essere affermativi ed assertivi, ci ricorda Assagioli, è uno stadio fondamentale di qualsiasi atto di volontà che riguardi sì gli oggetti esterni ma anche quelli interni.
Come dicevamo precedentemente, se riflettiamo, ad oggi, la parola VOGLIO la usiamo indistintamente come sinonimo di pretendo, desidero e scelgo, ma il valore semantico di ognuna di queste parole è decisamente diverso e non si tratta di sfumature ma di vere e proprie possibilità:
io scelgo, nelle sue  varianti, significa preferisco;
io desidero, vorrei, mi piacerebbe;
io pretendo, voglio ora, esigo;
tre valori diversi sia sul piano intrapsichico, sia sul piano relazionale! Anche nell’ambito educativo, non fare differenze tra queste tre affermazioni può essere fonte di fraintendimenti e di veri e propri fallimenti degli stessi stili o mete che ci siamo preposti.
Mi sono accorto con bambini piccoli in età prescolare che spiegare tutto questo e restituire al verbo VOGLIO nella sua accezione di “SCELGO”  tutta la sua potenza e dignità, è determinante. Quindi, ripuliamo ai bambini il campo della volontà, anche letteralmente, da quelli che sono gli altri significati, validi, non censurabili ma diversi!
Il pretendo, infatti, è un atto di volontà zoppo perché frutto del non riuscire a partire da un ascolto e da una presa di coscienza reale di quello che sto vivendo: se ho bisogno di pretendere è perchè non riesco ad equilibrarmi rispetto ad altri bisogni, a ciò che è giusto, ad altre persone; il pretendere è frutto di un principio di piacere, come direbbe Freud e non di realtà; è il segno di “volere” un dato oggetto senza essere, però, disposti a compiere il percorso che conduce ad esso o a pagarne il “costo”. In psicosintesi si direbbe che l’Io non è centrato rispetto alla stella di funzioni e che pretendere è un atto solo individualistico e senza dubbio frutto dell’espressione di una singola subpersonalità che non tiene conto della complessità.

La stella delle funzioni  infatti ci indica i canali attraverso cui decodificare il proprio mondo interiore ed esterno fatto di sensazioni, emozioni, impulsi, immagini, pensieri:  muoversi tra i contenuti di questi, attraverso un corretto uso della volontà significa essere in grado, come  un tecnico delle luci in teatro, di spostare il fuoco dell‘ascolto/visione ora sull’uno ora sull’altro canale oppure sulla comprensione di tutti insieme e solo allora, dopo aver raccolto i contributi di tutto, muovere le proprie scelte… costruire il proprio modello ideale, ciò che vogliamo e possiamo essere!.

Il desiderio, d’altro canto, è un aspetto meraviglioso però non è detto che tutto ciò che desidero, nonostante alimenti il mio mondo immaginifico, abbia la forza, il permesso, il nulla osta o l’adesione al mio mondo valoriale e ideale, per poter essere trasformato in scopo e quindi in atto di volontà, rimanendo, quindi, solo un sogno o una splendida fantasia.

Facendo in modo che la VOLONTÀ torni ad essere quello che è, quindi capacità di affermazione, composizione e scelta (forte, buona ma anche saggia), si trasforma in un qualcosa di meraviglioso: è l’acquisizione della titolarità della propria vita, è il sentire che non sono passivo, inerme; è avere la chiara esperienza di essere al centro della propria esistenza che allora diventa materiale plastico che, come pastella nelle mani di un bambino, può essere manipolata, modellata, alla sola condizione, però, che non venga abbandonata perché si seccherebbe informe e cristallizzata.
E allora, forse, bisognerebbe rivedere il detto popolare da insegnare ai nostri figli che:

“L’erba pretendo non esiste nemmeno nel giardino del re;

l’erba desidero cresce solo nei giardini pensili della notte, quelli dove le stelle si vedono meglio,
ma l’erba voglio è solo quella dei Re!”
… i re che non comandano sugli altri o sono al vertice di un’ipotetica gerarchia sociale ma che sono i tutori, i governatori ed i titolari unici della loro stessa vita!

Francesco Zarro

Psicologo e psicoterapeuta ad indirizzo psicosintetico, è consulente e perito per il Tribunale di Arezzo, oltre ad aver svolto funzioni di Giudice Onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Firenze. Si occupa di psicoterapia individuale per adulti e di consulenze e terapia a favore di adolescenti, con particolare riferimento a tematiche legate a dipendenze patologiche e devianze comportamentali. Francesco Zarro è il Responsabile Area del settore servizi specialistici del Centro e fa parte del team di professionisti che si occupano della Psicoterapia per infanzia e adulti.