Perché, in una equipe multidisciplinare di un Centro Clinico Polispecialistico, come quella de “Il Mandorlo” è presente al suo interno la figura dell’Educatore Professionale? Chi è l’educatore? Di che cosa si occupa? In questo articolo cercherò di dare qualche risposta e, per farlo, senza correre il rischio di fraintendimenti, sarà inevitabile fare riferimento alla mia personale visione, oltre che al percorso che mi ha fatto scegliere questa professione.  Durante i miei studi universitari mi sono avvicinato al pensiero di colui che, a mio parere è stato, e resta ancora oggi, il massimo esempio di educatore: Don Lorenzo Milani.

Per don Milani il punto di vista degli ultimi era quello più adeguato per chi voleva comprendere e innovare la scuola e, con essa, la società. In “Lettera a una professoressa”, l’io narrante – non a caso un “ripetente”, o meglio, con quell’orrendo verbo ancora oggi in uso nella scuola, un “respinto” –, raccontando della scuola di Barbiana afferma:

 «…chi era senza basi, lento o svogliato si sentiva il preferito. Veniva accolto come voi accogliete il primo della classe. Sembrava che la scuola fosse tutta solo per lui. Finché non aveva capito, gli altri non andavano avanti» (Scuola di Barbiana, 1967, p. 12).

 In totale accordo con il Priore di Barbiana ho potuto constatare, nel corso della mia quasi ventennale esperienza di educatore, come proprio quei ragazzi che presentano particolari difficoltà sono coloro che sanno far emergere il meglio, oltre che nei docenti, negli stessi educatori, stimolandone l’inventiva. Alla scuola di Barbiana, se qualcuno non capiva, tutti si fermavano e, in quella sosta, si cercavano strade differenti per superare la difficoltà che si era presentata. In questo senso, i ragazzi “difficili” diventavano una vera e propria risorsa per tutti. Il punto di vista scelto da don Milani per guardare alla scuola – quello che parte dagli “ultimi” – sembra proprio essere il più appropriato per coglierne la realtà profonda, se è vero che, come diceva don Lorenzo, uno solo è il problema della scuola e, allargando il ragionamento a tutte quelle realtà che, seppur a diverso titolo, si occupano sia di persone a sviluppo tipico che con disturbi del neurosviluppo: i ragazzi che si perdono o, peggio, che non si riescono ad accogliere. Del resto, per quanto tra insegnamento e apprendimento non si dia un rapporto di causazione diretta, la bravura e la professionalità, ma potremmo dire anche la passione e l’ethos di un educatore si misurano sulla sua capacità di guidare percorsi di apertura di possibilità, di svelamento di potenziali inespressi, anche là – anzi, soprattutto là – dove le potenzialità sembrerebbero ridotte al minimo (i “bravi” sono tali spesso nonostante, non grazie alla scuola e al contesto sociale).

Proverò adesso a dimostrare come questa opzione fondamentale possa declinarsi nell’oggi, pur consapevole dell’esigenza di contestualizzare la proposta di Barbiana liberandola anche da alcune rigidità di don Milani stesso o dei suoi interpreti. Ebbene, nel 2021,cosa resta? Resta il nucleo che, come ho modo di constatare quotidianamente nello svolgimento del mio lavoro,  vale ancora oggi e che può essere sintetizzato in sette punti. Premetto che si tratta elementi di una “pedagogia del quotidiano” non imparata sui libri ma, al contrario, costruita dal basso a partire dall’esperienza condivisa con le persone per le quali ho svolto il mio lavoro.

1.Presa in carico (I care)

 La pedagogia appresa dall’esperienza ha insegnato a don Milani e a tutti quegli educatori che come me traggono ispirazione dal suo pensiero che non si possono trattare tutte le persone allo stesso modo:

«…che i ragazzi son tutti diversi, son diversi i momenti storici e ogni momento dello stesso ragazzo, son diversi i paesi, gli ambienti, le famiglie» (p. 119). 

L’azione educativa è sostanzialmente presa in carico, che richiede incessante interessamento. È ciò che la voce narrante rimprovera alla professoressa della Lettera e ai suoi colleghi: «Se vi foste interessati a me quanto bastava per domandarvi di dove venivo, chi ero, dove andavo…» (p. 111). Questa convinzione ha portato don Milani a impiantare una scuola che fosse capace di cogliere e di adattarsi alle esigenze dei ragazzi concreti che vi si avvicinavano. La pratica educativa di don Milani consisteva in percorsi personalizzati, flessibili, orientati alla fioritura di ciascuno: «…un nuovo modo di far scuola, tagliato su misura…» (p. 82).

Nel quotidiano svolgimento dei miei interventi l’I care non è una strategia ma, bensì,  un atteggiamento profondo del mio essere educatore, il suo crederci, e manifesta una scelta etica, un coinvolgimento personale e una continua ricerca su di sé. L’atteggiamento vissuto dall’educatore diventa poi condizione essenziale perché i ragazzi imparino a essere cittadini consapevoli e partecipi della cosa pubblica, persone a cui stanno a cuore le vicende del mondo in cui vivono .

2. Affetto

 I ragazzi di Barbiana affermano di aver bisogno di insegnanti che siano capaci di amare: insegnanti che possano «…appassionarsi alla scuola, amare i ragazzi e essere amati. E soprattutto aver la gioia d’una scuola che riesce» (p. 87). È questa la condizione perché la scuola riesca. Sicuramente don Milani ha amato i suoi ragazzi . Il suo non è stato un amore languido, ma l’amore di una persona schietta e passionale, che sapeva anche «…amare con la durezza del Signore» (p. 90). 

L’affetto educativo, che per lui era il motore di ogni azione, qualche volta si esprimeva anche attraverso vere e proprie sfuriate, più spesso attraverso un atteggiamento ironico e cordiale, e sapeva costruire relazioni autentiche. 

3. Ambiente motivante 

Il pieno tempo, la scuola dalle otto di mattina alle sette di sera, stava a dire che ogni momento della giornata (il lavoro fatto insieme, le ricerche, il pranzo condiviso, la lettura della corrispondenza, il laboratorio) può essere vissuto come momento educativo. Rendere educativo ogni istante e l’ambiente nel suo complesso è un fine chiaramente percepito: «Cercasi un fine. Bisogna che sia onesto. Grande. Che non presupponga nel ragazzo null’altro che d’essere uomo […]. Io lo conosco. Il priore me l’ha imposto fin da quando avevo 11 anni […]. Ho risparmiato tanto tempo. Ho saputo minuto per minuto perché studiavo. Il fine giusto è dedicarsi al prossimo» (p. 94).

Le mete sfidanti (che comportavano anche l’andare all’estero, con l’indicazione di muoversi preferibilmente in autobus o in autostop per incontrare la gente), all’inizio imposte dal priore, venivano presto assunte come mete personali. L’ambiente stesso portava a scoprire il motivo profondo che muove: fare le cose per gli altri e tutto suggeriva che: «Il sapere serve solo per darlo» (p. 110). In quell’ambiente si poteva sperimentare la gioia di imparare, fare esperienza di successo, come nell’apprendimento delle lingue: «La prima lingua straniera è un avvenimento nella vita del ragazzo. Deve essere un successo, sennò guai […]. Ogni volta che capitava un ospite straniero che parlava francese c’era qualche ragazzo che scopriva la gioia di intendere. La sera stessa lo si vedeva prendere in mano i dischi di una terza lingua» (p. 25). Nel corso dei miei interventi educativi alcune di quelle che si sono rivelate essere esperienze di successo ( la scoperta della “gioia di intendere”) sono state “energetiche” e hanno finito per stimolare la necessità di raggiungere mete ulteriori.

4. Contatto col reale 

Gli oggetti culturali a Barbiana non sono saperi che, resi scolastic,i sono destinati inevitabilmente a spegnersi, sono saperi vivi e autentici, che tengono dentro la forza dell’esistenza: «La nostra cultura regge da per tutto dove è vita vera. Alle magistrali non serve» (p. 103). Si tratta allora di immettere un pò di vita nell’arido delle conoscenze codificate attingendo alla cultura “umana”, riconoscendo il valore di quegli apprendimenti che avvengono anche altrove, a contatto con l’esperienza quotidiana o quella lavorativa: «Io so leggere i suoni di questa valle per chilometri intorno. Questo motore lontano è Nevio che va alla stazione un po’ in ritardo. Vuole che le dica tutto su centinaia di creature, decine di famiglie, parentele, legami?» (pp. 116-117). Nel laboratorio di Barbiana, ancora oggi visitabile sotto l’aula dove si faceva lezione, i saperi si potevano toccare con mano e i compiti erano reali. Il laboratorio diventava lo stile dominante anche in aula, dove si partiva dai giornali per mobilitare i saperi delle varie discipline, italiano, storia e geografia, ma anche economia e astronomia. Gli ospiti di passaggio venivano ingaggiati come professori e a loro si chiedeva di aprire una finestra sul mondo.

5. Parola 

Nel mio lavoro ho potuto constatare che “dare parola” (dar voce) a chi non ha parola e, dare le parole, sono due momenti di uno stesso movimento teso a educare “cittadini-sovrani” e non “sudditi docili”. La centralità della parola, cioè l’imparare a comprendere e ad esprimersi bene, correttamente ed efficacemente, nei diversi contesti sociali, fa tutt’uno con l’esigenza di imparare a ragionare con la propria testa, per divenire cittadini consapevoli. Il fine immediato è imparare a capire e a parlare: «…intendere gli altri e farsi intendere. E non basta certo l’italiano […]. Gli uomini hanno bisogno d’amarsi anche al di là delle frontiere. Dunque bisogna studiare molte lingue e tutte vive» (pp. 94-95).

Poi si tratta di arrivare a dare significato alle parole che si usano e a mettere in parola le esperienze che si vivono, per capire se stessi e costruire con gli altri una realtà iclusivo: «…perché è solo la lingua che fa eguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l’espressione altrui» (p. 96). Dal mio punto di vista di educatore  questo significa lavorare per l’arricchimento lessicale (incontrare la parola come chiave che fa aprire tutte le porte), stimolare continuamente a porre domande, dare spazio alle risposte, fornire molteplici occasioni per esprimersi e parlare.

6. Inventiva didattica

 L’inventiva didattica, a Barbiana, nasce dal desiderio, oltre che dall’ostinazione, di promuovere il potenziale presente in ogni persona: «Se ognuno di voi sapesse che ha da portare innanzi a ogni costo tutti i ragazzi e in tutte le materie aguzzerebbe l’ingegno per farlo funzionare. Io vi pagherei a cottimo. Un tanto per ragazzo che impara tutte le materie – o meglio multa per ogni ragazzo che non ne impara una. Allora l’occhio vi correrebbe sempre su Gianni. Cerchereste nel suo sguardo distratto l’intelligenza che Dio ci ha messo, certo uguale agli altri. Lottereste per il bambino che ha più bisogno, trascurando il più fortunato, come si fa in tutte le famiglie. Vi svegliereste la notte con il pensiero fisso su lui a cercar un modo nuovo di fare scuola, tagliato su misura sua. Andreste a cercarlo a casa sua se non torna. Non vi dareste pace, perché la scuola che perde Gianni non è degna d’essere chiamata scuola» (p. 82). Sono proprio quei ragazzi in difficoltà ad aver ispirato la mia creatività di educatore, a farmi sperimentare vie inedite e ad escogitare le più varie soluzioni. Don Milani sapeva immaginare infinite soluzioni per i suoi allievi. Leggeva libri, in primo luogo  “L’apologia di Socrate” e i quattro Vangeli, ma anche l’autobiografia di Gandhi e le lettere del pilota che aveva gettato la bomba su Hiroshima, e “Il Gattopardo”. Si fermava sulle parole, le selezionava, le faceva vivere come persone con una nascita e una trasformazione. Faceva recitare i  “Sei personaggi in cerca di autore” e “La Giara” di Pirandello, “Il malato immaginario” di Molière e “La piccola città” di Thorton Wilder.

7. Riconoscimento e valorizzazione

 La valutazione riconoscente è quella che premia il movimento più che il semplice risultato. Si contrappone alla valutazione mortificante o a quella vissuta, e fatta vivere, secondo la metafora giudiziaria del processo penale, che spesso si limita a certificare, cristallizzandole, situazioni non scelte. A Barbiana si prende posizione per una valutazione non imparziale, attenta alle differenze, che serva a crescere: «…non c’è nulla che sia ingiusto quanto far le parti eguali fra disuguali» (p. 55); «Basta vedere i giudizi che scrivete sui temi. Ne ho qui una piccola raccolta. Sono constatazioni, non strumenti di lavoro. “Infantile. Puerile. Dimostra immaturità. Insufficiente. Banale”. Che gli serve al ragazzo di saperlo?» (p. 124). La valutazione che serve è la valutazione che aiuta a imparare, che lascia sbagliare e fornisce indicazioni su come migliorare. La valutazione, l’occasione di sviluppare consapevolezza di ciò che si è imparato arrivava dalle cose stesse e dalle esperienze di vita realizzate.

Francesco Zarro

Psicologo e psicoterapeuta ad indirizzo psicosintetico, è consulente e perito per il Tribunale di Arezzo, oltre ad aver svolto funzioni di Giudice Onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Firenze. Si occupa di psicoterapia individuale per adulti e di consulenze e terapia a favore di adolescenti, con particolare riferimento a tematiche legate a dipendenze patologiche e devianze comportamentali. Francesco Zarro è il Responsabile Area del settore servizi specialistici del Centro e fa parte del team di professionisti che si occupano della Psicoterapia per infanzia e adulti.